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E’ la coda a dimenare il cane. Appunti sulle riforme impossibili

E’ la coda a dimenare il cane. Appunti sulle riforme impossibili

di Giovanni Cominelli (esperto di scuola e formazione)

Tutto sommato, sono i ragazzi a trovarsi meglio nell’universo del sistema di istruzione. A scuola socializzano discretamente con i loro pari, l’asticella dei saperi che devono saltare è collocata da adulti compiacenti sempre più in basso, il 50% punta sugli indirizzi meno impegnativi. Gli ultimi dati forniti dal MIUR sulle iscrizioni all’anno scolastico 2014/15 testimoniano che ai Tecnici si iscrive il 30,8%, ai Professionali il 19,1%. Non tutti sono soddisfatti. Il 44% degli studenti delle superiori vorrebbe cambiare indirizzo, ma la rigidità del sistema non lo permette. I tassi di dispersione restano altissimi, i fenomeni di anomia sono crescenti. “Stanno meglio”, ma solo nello spazio breve dell’adolescenza. Perché alle scelte “facili” nella scuola secondaria di secondo grado, ne seguono di ancora più leggere all’Università: Psicologia, Comunicazione, Scienze della formazione, Sociologia, Scienze politiche, Storia, Filosofia… sono le dernier cri. Ma il grido vero è, poi, quello doloroso della disoccupazione. Tuttavia, peggio stanno gli insegnanti, coinvolti da anni in processi di impoverimento economico, frustrazione, invecchiamento. La fenomenologia dei dolori del sistema di istruzione è troppo nota. In sintesi: il sistema di istruzione, amministrativamente pur sempre solido, ma non esente da sempre più frequenti défaillances (vedi alla voce “concorsi”), sta andando dolcemente al collasso dal punto di vista della realizzazione della sua mission, che è quella di trasmettere la civilizzazione e far crescere le competenze-chiave dei ragazzi. Collasso del sistema di istruzione e declino del Paese stanno come causa ed effetto. Cambiano i governi e i ministri dell’istruzione, ma l’asse continua ad essere inclinato. Il cammino multidecennale delle riforme è costellato di lapidi della speranza. Dove sta il baco? Forse nel metodo, cioè nell’approccio delle politiche di governo. Di fronte alla complessità evidente dell’universo dell’istruzione – nel quale convergono e si oppongono in equilibrio instabile le necessità e le domande dei ragazzi, la pressione e le preoccupazioni delle famiglie, gli interessi dei sindacati degli insegnanti, il peso dell’apparato amministrativo, l’ammasso stellare di leggi, decreti, regolamenti e circolari – una politica debole e timorosa di offendere “il particulare” ha rifiutato a priori di assumere l’approccio sistemico, per praticarne uno puntiforme e occasionale, magari nella speranza che l’uso del cacciavite su un pezzo del sistema avrebbe gradualmente indotto dei cambiamenti negli altri. In realtà, l’architettura del sistema o, se si preferisce, i segmenti della circonferenza sono quattro: il sapere, che la generazione adulta, la società civile, il Paese decidono di passare alle generazioni giovani e che varia in relazione ai cambiamenti socio-economici e culturali; il curriculum, cioè la partizione in discipline, in indirizzi, in tempi biografici; il personale; l’assetto istituzionale e amministrativo. La variazione della lunghezza e della curvatura di un segmento richiede la modifica contemporanea degli altri tre. Se non si tiene conto di questa legge dei sistemi, cambiare solo un pezzo provoca dissimetrie e reazioni di resistenza negli altri. Si potrebbe obbiettare che Luigi Berlinguer ha provato esattamente a praticare la riforma globale. Il tentativo di costruire un nuovo assetto istituzionale con l’autonomia, di introdurre un sapere specifico del ‘900, di modificare il curriculum con il 7+5, di verificare lo stato di preparazione degli insegnanti ha contro-generato un fronte conservatore, trasversale alla maggioranza e all’opposizione, che ha travolto il Ministro. I suoi successori hanno abbassato rapidamente le pretese riformistiche, caso mai ne avessero avuto la tentazione, spesso chiamando “riforma” qualche modesto rappezzamento del sistema. Risultati quasi zero. Nel frattempo il blocco storico di resistenza alle riforme si è rafforzato, dentro il circolo vizioso della conservazione: l’assenza di riforme la consolida, il suo consolidamento le impedisce. Spezzare questo blocco è questione vitale per il Paese. L’elaborazione intellettuale e la prassi della scuola militante hanno costruito in questi anni ipotesi di riforme, in cui le tessere del mosaico si tengono e si incastrano: definizione del “sapere di civiltà” da trasmettere, quattro aree delle competenze-chiave, essenzializzazione radicale del curriculum, diminuzione del numero di anni, di ore, di materie, autonomia reale e non meramente funzional-centralistica, valutazione esterna severa e rigorosa. Tocca alla politica adottare uno sguardo di lungo periodo. Inutile illudersi di poter guadagnare voti per le sempre imminenti elezioni. Gli effetti di una riforma scolastica si vedono dopo quindici/venti anni, le legislature ne durano cinque, ma non sempre. Per non rimanere incastrati nella tenaglia della piena accettazione dello stato di cose presente e del giacobinismo napoleonico, occorre convincere i ragazzi, le famiglie, gli insegnanti della convenienza delle riforme. Questa moral suasion può avere successo, se l’emergenza educativa diviene il problema centrale della società civile, degli intellettuali, dei mass-media, dei partiti. E’ oramai una questione di civilizzazione, dentro il crogiolo della globalizzazione.

PS. Certo, servirebbero anche ministri in grado conoscere la complessità del sistema e le sue dinamiche. La fusione nel Miur della Scuola e dell’Università, aventi ragioni sociali del tutto differenti – la Scuola volta ai saperi-chiave di cittadinanza, l’Università alle professioni e alla ricerca – ha comportato in questi anni la scelta di Ministri provenienti, nel migliore dei casi, dall’Università o, peggio, dai ranghi dei partiti. Poiché non esiste in natura una persona che conosca a fondo e contemporaneamente Scuola e Università, l’effetto di incompetenza in materia di Scuola comporta che, alla fine, sia l’apparato ministeriale a decidere la politica. La coda dimena il cane. Separare Scuola da Università e dalle logiche dei partiti, nei quali prevale il principio di fedeltà su quello di competenza, sarebbe già un passo.

vedi anche: http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/3/28/SCUOLA-Nuove-iscrizioni-il-vero-dato-e-quel-44-di-pentiti-/486633/

Scuola democratica
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