Front line SCUOLA: Per cominciare a discutere
di Micaela Ricciardi (Dirigente Scolastico liceo Giulio Cesare – Roma)
Lettere dal fronte: luogo virtuale della concretezza della scuola viva. La sezione Front line del Blog di Scuola Democratica vuole essere un’occasione e uno stimolo per parlare di scuola sulla scia delle ‘provocazioni’ della rivista, ma anche dell’urgenza della base, sui grandi temi e problemi della scuola. Che di urgenze ormai vive, e da molti anni; non servono denunce, tuttavia, perché davvero queste non mancano, in un dibattito in cui si rischia il naufragio; servono ipotesi per un’idea di diverso e nuovo futuro della scuola.
Anche se il dibattito politico più recente ha posto al centro il drammatico problema delle strutture scolastiche, chi vive la scuola sa che il suo cuore è la didattica, in sostanza la complessa area dei modi in cui i contenuti culturali si veicolano e si motivano nella mente degli studenti. E qui sta anche il cuore del problema, articolato in almeno tre aspetti: i nuovi studenti nativi digitali, i nuovi linguaggi e ambienti di apprendimento, il nuovo profilo del docente per questi contesti.
Le domande sono ben note. Il nativo digitale è veloce, intuitivo, analogico, visivo, in una parola diverso dai vecchi studenti: può e deve imparare la riflessività, il rigore, la capacità di connettere e argomentare logicamente, insomma le competenze della scuola, come ancor oggi sono delineate dalle Indicazioni nazionali e dalle Linee guida del riordino dei cicli? E se sì, come? E’ pericoloso o necessario disfarsi, o almeno superare la vecchia strumentazione didattica, la lezione ex cathedra, la circolarità spiegazione-interrogazione/verifica-spiegazione, per venire incontro a questi nuovi profili di studenti attraverso pratiche di apprendimento cooperative e laboratoriali? Entro che limiti, visto che la finalità dei percorsi resta la stessa? Anzi è forse resa più ardua dagli obiettivi di competenze, allineati a quelli europei. E con quali professionalità, se i docenti italiani, con età media la più alta d’Europa, sono stati formati ed hanno esercitato per decenni la loro arte secondo modelli sostanzialmente inalterati? Docenti che usano con moderazione le nuove tecnologie, che amano ancora il vecchio oggetto libro, e spesso, anche se ormai sempre più inconfessabilmente, prediligono carta penna e gesso. E infine con che fondi realizzare la necessaria trasformazione di ogni singola aula in laboratorio, in quei nuovi ambienti che, quando necessario, riproducano l’apprendimento di bottega, esperienziale e hands on?
Il punto è questo, dunque. Come operare questa rivoluzione per consentire ancora e di nuovo l’acquisizione di un patrimonio culturale cui nessuno vuole rinunciare, tanto più nell’economia della conoscenza. Si chiama ‘crisi’, come sempre situazione foriera di grandi possibilità di sviluppo, se sappiamo liberarci dal piacere vittimistico del rimpianto, dalla paura del nuovo, dal conservatorismo dominante, a destra come a sinistra. Sappiamo infatti che in molte scuole si realizzano percorsi innovativi, con grande successo di apprendimento e gratificazione di docenza: ma non fanno sistema, anche perché è la società stessa che guarda con sospetto a queste novità, timorosa di perdere ciò che la vecchia scuola garantiva, senza acquisire un’adeguata formazione con i nuovi metodi (problema che la licealità vive nel modo più acuto, e quella classica in particolare). Manca, ed è mancato, un vero dibattito culturale che non banalizzi i temi proposti, come tende a fare l’informazione cartacea e vieppiù mediatica, questo sì un vero segno di decadenza e imbarbarimento culturale. Molte risposte infatti ci sono, e la ricerca didattica e accademica internazionale, ma anche italiana, le ha documentate. Ma nell’opinione pubblica manca invece del tutto una condivisione di pochi e forti obiettivi, polverizzata dalle suggestioni di mille slogan fra loro contraddittori, e quindi inevitabilmente conservativa e orientata a coltivare localisticamente il proprio giardino: la mia scuola rispetto alla tua, la realtà della mia provincia o della mia regione, il nord contro il sud, con tutte le conseguenti banalizzazioni, se non perversioni. Salvo poi dare fiato al solito cahier de doléances sul mal funzionamento della scuola, sui cattivi maestri o semplicemente sulla ‘evidente’ mediocrità dei docenti.
Ebbene il rinnovamento ha invece alcune parole-chiave di fatto condivise dalla ricerca: laboratorialità, valorizzazione della creatività, integrazione di metodologie didattiche, apprendimento per competenze, utilizzo delle TIC e dell’interattività, attualizzazione del classico. Ma anche rigore, valorizzazione delle attitudini e buon orientamento, inclusione.
Questa scuola esiste, e non è minoritaria. E’ necessario che attraverso un grande impegno di formazione dei docenti, riconosciuto anche a livello di crescita professionale, i risultati già raggiunti dagli uni diventino patrimonio di tutti. Se il governo Renzi riuscirà ad agire sulla messa in sicurezza delle strutture avrà certamente compiuto opera meritoria, e indubbiamente indispensabile. Ma se vorrà far ripartire il sistema Italia, dovrà pensare ai suoi docenti, veri artefici del fare scuola – in alcuni casi eroici e geniali, nella maggior parte preparati culturalmente, ma vecchi didatticamente –, pensando ad una formazione in servizio (oltre che in entrata) sistematica e di rete. Solo sostenuti in uno scambio fertile e ricco di pratiche e appoggiati dalla competenza di idonei tutores (peer evaluation, ricerca azione, amico critico, ecc.), i docenti potranno operare la rivoluzione che tutti auspichiamo.