Classici dentro: quale futuro per il liceo classico?
di Micaela Ricciardi (Dirigente Scolastico Liceo classico Giulio Cesare di Roma)
Con il convegno del 12 aprile al liceo Giulio Cesare di Roma (“Speranze per la scuola del terzo millennio. Riflessioni a partire dal dibattito aperto dal processo”) si è chiuso il ciclo di iniziative di “Classici dentro” pensate e realizzate dai tre licei romani Visconti, Virgilio e Giulio Cesare, grazie al supporto dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio.
Perché aprire un dibattito così ampio, che ha avuto nel processo al liceo Visconti il suo momento di maggiore visibilità anche mediatica? In realtà la crisi di iscrizioni al liceo classico è apparsa alle dirigenti dei tre istituti il segno di una più grave crisi di identità culturale dei nostri tempi, offesi da un approccio ragionieristico e monetizzabile agli studi che in un’età così formativa per l’identità politica, culturale e sociale di un giovane è altamente pericolosa. Non si è trattato certo di ravvivare vecchie contrapposizioni fra studi classici e scientifici, fra mens e manus, in una gerarchia classista di percorsi che purtroppo è ancora presente nell’opinione pubblica, causa non ultima, in questi momenti di crisi economica e valoriale, del ritorno ad un approccio utilitaristico di breve respiro. Nel provocare attraverso un processo, e il dibattito del successivo convegno, l’esplicitazione delle diverse posizioni, l’obiettivo è stato sollecitare una ‘nuova’ riflessione sulla nostra cultura ‘intera’, sul senso alto della cultura scientifica tal quale di quella classica, sulla necessità di sgombrare il campo da questo piccolo cabotaggio che orienta la società a scelte di breve respiro, apparentemente ignara del profilo che serve ai giovani di domani, flessibile aperto e capace di affrontare l’incertezza: solo una solida cultura può consentire questo traguardo.
Insomma la crisi del liceo classico è il sintomo eclatante di un approccio sbagliato alla cultura e alla formazione tout court, contro cui si è voluto reagire. La mancanza di un serio dibattito pubblico ha prodotto una valutazione dei percorsi di scuola superiore in base alla spendibilità immediata del titolo, senza una visione di investimento di lunga durata, questo sì utile e necessario in tempi così veloci, di travolgente evoluzione. Il valore della gratuità, dell’inutile come fine alto della conoscenza e della formazione della persona, cittadino democratico del nostro domani, rappresenta un obiettivo da recuperare per tutta la scuola italiana, per un’opinione pubblica offesa, ma anche condizionata, dall’idea davvero subdola che con ‘la cultura non si mangia’.
E il dibattito, interessante e articolato, che si è snodato nelle due giornate del processo e del convegno, dopo la sentenza di assoluzione ’condizionata’ del liceo classico, ha permesso anche di mettere in evidenza alcuni limiti di questo corso di studi oggi, contro i quali è certamente necessaria un’azione di coraggioso rinnovamento: un eccessivo tecnicismo filologico, che rischia di chiudere in pratiche meccaniche, lontane dalla realtà, la formazione degli studenti, con un forte rischio di autoreferenzialità; la scarsa presenza di laboratorialità in una scuola che è ancora il frutto di un’idea ‘fordista’ dello studio, misurato in quantità di nozioni che si insegnano piuttosto che in competenze che gli studenti costruiscono nell’apprendere; la distanza dal mondo del lavoro, non solo per la scarsa presenza di esperienze di alternanza scuola-lavoro, ma per l’assenza di una cultura e un’etica del lavoro come obiettivo formativo.
Si tratta di operare un rinnovamento metodologico in alcuni casi radicale, per la presenza di modelli conservativi da parte di alcuni docenti poco disposti ad abbandonare una didattica che è stata efficace in una scuola elitaria, ma che oggi non funziona più: e sono gli stessi che più lamentano l’incapacità di tradurre i testi greci e latini da parte delle nuove generazioni, senza che ciò comporti tuttavia la determinazione condivisa a modificare l’esistente. Solo con i vecchi metodi sembra sia possibile perseguire il valore del bello, cui si educano i ragazzi, la proprietà espressiva, certamente di buon livello, il piacere della lettura e la curiosità per tutte le espressioni artistiche: obiettivi altamente qualificanti, per i quali appunto il liceo classico è stato assolto, ma che potrebbero essere raggiunti meglio e di più con pratiche didattiche innovative volte all’acquisizione di competenze.
I licei che hanno già avviato questo interno rinnovamento, seppur con esiti a macchia di leopardo per la persistente resistenza di singoli docenti, hanno potuto constatare quanto la formazione dei propri alunni sia migliorata, con quanta maggiore passione si impegnino nello studio, come l’uso delle nuove tecnologie abbia sprigionato potenzialità creative degli studenti insospettabili per la gran parte dei docenti, come lavorare per saperi ed aree disciplinari rappresenti uno stimolo profondo alla curiosità e alla ricerca, in un corso di studi in cui il rigore della scelta delle fonti e il controllo delle affermazioni di sintesi è fisiologico obiettivo formativo, antidoto alle approssimazioni e alle superficialità.
Perché un valore che ben ha messo in evidenza Alessandro Laterza nel suo intervento al Convegno del Giulio Cesare è quello della serietà dell’impegno richiesto a chi si iscrive al liceo classico: lo studio del latino e del greco non è intuitivo, come possono esserlo le materie scientifiche per i vocati, ed è anche contrario alle attitudini sviluppate dai nativi digitali, veloci e intuitivi, ma poco riflessivi e speculativi. Si tratta di un autentico valore aggiunto che, se rende arduo il percorso, rappresenta anche una meta qualificante per il cittadino di domani, per la sua capacità di pensare, valutare e scegliere, cioè insomma un fattore di vero miglioramento della società di domani.
E infine la speranza per la futura renovatio del liceo classico si nutre della fiducia nei suoi docenti; e non appaia questa come un’affermazione contraddittoria. I licei classici rappresentano infatti la meta ambita per i migliori, per la tradizionale serietà degli studenti che vi si iscrivono e dunque per la possibile alta qualità del lavoro: una sfida e una gratificazione per chi insegna. Se dunque è vero che da un lato questi docenti sono più solidamente legati alla propria tradizionale formazione didattica, è però anche vero che, culturalmente molto preparati, profondamente amanti del sapere, che ha rappresentato la missione e il senso della loro vita e dei loro studi, sono potenzialmente più capaci di accogliere proposte didattiche nuove, purchè rigorose e sistematiche. Costoro potranno insomma rispondere al meglio alla sfida, a condizione che si avvii un reale processo politico di revisione delle ambigue Indicazioni nazionali dei licei, e si investa sulla formazione in sevizio dei docenti. Servono supporti e riconoscimenti, materiali e valoriali.
Vedi anche:
“CLASSICI DENTRO”. Le competenze degli studi umanistici e la sfida del Terzo Millennio di Irene Baldriga (Dirigente Scolastico Liceo Classico “Virgilio”, Roma)
Il processo all’in-attualità del liceo classico di Clara Rech (Dirigente scolastico del Liceo “Ennio Quirino Visconti” di Roma)
La sentenza sul liceo classico: non arresti domiciliari ma impegno nei servizi sociali di Luciano Benadusi (sociologo dell’educazione, direttore di Scuola Democratica)
Speranze per la scuola del terzo millennio di Laura Correale (Docente di latino e greco presso il liceo classico Giulio Cesare di Roma)
Le competenze per salvare il liceo classico di Claudio Gentili (Vice Direttore Politiche Territoriali, Innovazione e Education di Confindustria)